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Istituita col legge 31 dicembre 1947, n1629, con sede in Cosenza e con il compito di promuovere o di effettuare direttamente, mediante piani generali, la trasformazione fondiario-agraria dell'altopiano silano, tenendo conto delle caratteristiche silvo-pastorali della zona, con facoltà di eseguire a tale scopo opere di bonifica imponendo ai proprietari gli obblighi relativi, di favorire la colonizzazione, nonchè lo sviluppo del turismo. L'opera per la valorizzazione della sila, che è persona giuridica di diritto pubblico, sotto la vigilanza e la tutela del ministero dell'Agricoltura e Foreste, è amministrata da un consiglio composto dai rappresentanti dei ministeri e delle organizzazioni sindacali interessate. Con legge 12 maggio 1950, n 230, fu affidato all'Opera per la valorizzazione della Sila il compito di provvedere, su una parte del territorio dell'altopiano silano, alla ridistribuzione della proprietà terriera e alla sua conseguente trasformazione con lo scopo di ricavarne terreni da concedersi in proprietà ai contadini. Poi, in base al disposto del d.P.R. 23 giugno 1962, n 948, anche l'Opera per la valorizzazione della Sila, come tutti gli altri enti di riforma fondiaria, è stata trasformata in ente di sviluppo
Vedi anche: caratteristiche fondamentali delle Opere per la valorizzazione per la Sila

Riforma fondiaria - Trasformazione dell'ordinamento produttivo in agricoltura, realizzata in seguito a un intervento pubblicistico nell'economia privata, mediante una redistirbuzione della terra o un riordinamento del regime fondiario. Secondo l'opionone prevalente, si distingue dalla riforma agraria in senso stretto che riguarda la rifoma del regime dei contratti posti in essere ai fini della produzione, anche se nel linguaggio comune si parla erroneamente di riforma agraria per intendere la riforma fondiaria. (vedi anche Le caratteristiche fondamentali delle leggi Sila e stralcio)

La riforma fondiaria.
In Antichità e Medioevo. Prima ancora delle leggi di riforma, la storia ha conosciuto leggi agrarie, cioè sia leggi di regolamentazione dei rapporti in agricoltura sia di redistribuzione delle terre. Esse risalgono a Mosè (leggi di Mosè) e, per ciò che attiene alla civiltà classica, s'iniziano con Licurgo in Grecia e con Spurio Cassio in Roma (per le leggi romane: leggi agrarie). Con l'impero non si ebbero vere e proprie leggi di riforma fondiaria, ma solo provvedimenti di regolamentazione di rapporti in agricoltura, quale la legge comiziale del tempo di Nerva, o provvedimenti a sfondo demagogico, per consolidare la struttura monocratica. Nel periodo feudale e comunale, mancano interventi pubblicistici e organici sul regime fondiario.
In età moderna. La questione agraria si proporrà solo agli inizi del sec.17°, quando lo sviluppo delle attività economiche deall'Italia, dove era sorto, si trasferisce con proporzionei ingigantite negli stati nazionali dell'Europa del nord, facendo sentire nel nostro paese il peso negativo di una concorrenza economica. La crisi delle attività commerciali e industriali, mentre diminuisce l'apporto dei capitali in agricoltura e la domanda dei prodotti agricoli, addossa sull'agricoltura il peso della mano d'opera esuberante. Salvo qualche provvedimento nel Piemonte e nella Savoia con Emanuele Filiberto (abolizione della servitù della gleba), con Carlo EmanueleI (privilegi, sussidi ed esenzioni ai coltivatori specializzati), con Carlo Emanuele ( regolamentazione e incoraggiamento dell'industria della seta), occorre tuttavia attendere sino alla seconda metà del sec. 18° perchè gli stati italiani incomincino a occuparsi della questione agraria. Cosi Pietro Leopoldo in Toscana abolì i vincoli imposti alla agricoltura e alle classi rurali nei secoli precedenti liberando il commercio agricolo, procedendo alla bonifica idraulica dei terreni, iniziando una politica di redistribuzione della proprietà terriere con la legge 2 marzo 1769, che sanciva l'incapacità civile delle manomorte, sia laiche sia ecclesiastiche. L'imperatore CaroloVI e Maria Teresa d'Austria iniziarono in Lombardia la riforma con le perequazione dei tributi fondiari, formando il primo catasto dei terreni: imitati ben presto, in ciò, dal Senato veneziano. Negli stati meridionali, invece, nonostante un vastissimo movimento per la riforma promossa dalla scuola napoletana già sul finire del '700, la politica di soppressione della manomorta fu realizzata solo sotto l'influsso dei governi napoleonici ed ereditata successivamente dallo stato italiano unitario. La prima quotizzazione del demanio feudale e comunale, nonchè della manomorta ecclesiastica, fu quella disposta dalla legge napoletana del 1806, in epoca napoleonica. Seguirono, sempre nella stessa epoca, le leggi del 1808 e del 1810. Si registrano infine una legge del 1817 in epoca borbonica e soprattutto la legge 21 agosto 1862, subito dopo l'unificazione, che è la legge generale per l'alienazione dei beni del demanio, cui corrispose in Sicilia, sempre nello stesso anno, la censurazione dei beni ecclesiastici.
In Italia dopo la proclamazione dell'unità. Lo stato italiano si trovava a ereditare una complessa questione agraria risalente all'epoca di decadenza economica post-rinascimentale e resa incandescente dalle influenze politiche della rivoluzione francese. Il problema appariva meno grave nell'Italia settentrionale, dove la nascita di una industria moderna produceva uno sviluppo economico i cui effetti si facevano ben presto sentire in agricoltura e davano origine nel Piemonte e nella Lombardia a un sistema nuovo di conduzione a tipo capitalistico (il grande affitto), facendo scomparire i vecchi ordinante della proprietà signorile e della mezzadria. Nelle zone centrali di medio sviluppo agricolo (Emilia, Toscana, Marche e Umbria) il piccolo affitto e la mezzadria continuavano ad assolvere la loro funzioni. Nel Mezzogiorno, invece, la crisi agraria era aggravata dall'unificazione a causa della concorrenza industriale del nord che soffocava sul nascere i primi timidi tentativi d'industrializzazione. Lo stato unitario affrontò la questione agraria meridionale soprattutto con la legge 7 luglio 1866, che disponeva l'incameramento e la restituzione al libero commercio e alla coltivazione dei beni della manomorta ecclesiastica. Si calcola che questa legge, unitamente alle parziali applicazioni delle leggi sulle quotizzazioni che l'avevano preceduta, abbia prodotto l'effetto di ripartire, su un'area coltivabile complessiva di 15milioni di ettari, circa mezzo milione di ettari di quote variabili dagli 1 ai 3 ettari a favore di contadini nullatenenti. Si rivelò però ben presto l'insufficienza di tale riforma. La depressione economica generale del Mezzogiorno non consentiva uno sviluppo dell'agricoltura con l'investimento di capitali, per cui le quote, sfruttate per qualche anno con una coltivazione empirica, furono ben presto vendute dagli assegnatari per poco o nulla (spesso per il prezzo del viaggio che consentisse loro l'emigrazione) andando così a riunirsi di nuovo nelle mani dei grandi proprietari latifondisti; oppure si andarono frazionando in unità minime e antieconomiche a seguito delle successioni ereditarie. Il movimento per la riforma fondiaria si acuì dopo la prima guerra mondiale estendendosi dal Mezzogiorno alle zone al coltura estensiva e mezzadrili dell'Italia centro-settentrionale. Il moto contadino degli anni 1919-20 sboccò nel decreto Visocchi, che obbligava il proprietario di terre incolte a cederle in coltivazione a cooperative contadine (riforma del 2 settembre 1919 n. 1633). Il fascismo bloccò ogni iniziativa di riforma fondiaria e s'oppose all'impostazione politica che ad essa avevano dato gli ultimi meridionalisti (Guido Dorso, Luigi Sturzo e Antonio Gramsci). Alle esigenze della riforma fondiaria il fascismo rispose con l'attribuzione all'Opera Combattenti (r.d.l. 16 settembre 1926, n. 1606) dei compiti di trasformazione fondiaria e d'incremento della piccola e media proprietà "per concorrere allo sviluppo economico e al migliore assetto sociale del paese", nonchè con una politica della bonifica definita integrale. Anche la colonizzazione del latifondo siciliano, intrapresa del regime fascista con la l. 2 gennaio 1940 n. 1, la quale tra l'altro istituì l'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, non più essere qualificata come riforma fondiaria. I limitati poteri di espropriazione previsti dall'art. 7 della citata legge altro non erano che quelli normalmente di competenza dei consorzi di bonifica in caso di mancata esecuzione di opere da parte dei proprietari (art. 42 d.l. 13 febbraio 1933, n. 215). La colonizzazione del latifondo siciliano era prevista, secondo l'orientamento politico fascista, non nel senso di redistribuzione della proprietà terriera, ma in quello della bonifica e della creazione, in seno a proprietà di qualsiasi ampiezza, di una razionale "maglia" di poderi dei quali il coltivatore poteva assumere la gestione o la cogestione mediante lo strumento del contratto agrario.

In Europa dopo la prima guerra mondiale - Vere e proprie riforme agrarie, dirette a un'ampia redistribuzione della proprietà terriera con un deciso "taglio" al latifondo e con la massima diffusione possibile della proprietà contadina, furono poste in essere, dopo la prima guerra mondiale, nei paesi dell'Europa orientale e sud-orientale. Le "spinte" politiche che determinarono tali riforme (che interessarono oltre venti milioni di ettari) sono ravvisate nella lotta contro minoranze allogene detentrici di grandi estensioni di terra, nella necessità di soddisfare le richieste degli ex combattenti cui erano state fatte ampie promesse di assegnazioni di terra durante il conflitto, e nell'intento di prevenire morti rivoluzionari (specie nelle zone più vicine all'Unione Sovietica) attenuando le cause del malcontento. Nei paesi dove la riforma fu effettuata principalmente mediante espropriazione (Ungheria, Estonia, Finlandia, Romania, Bulgaria, Iugoslavia, Grecia), furono stabiliti i limiti massimi di estensione della proprietà e corrisposte indennità normalmente assai inferiori al valore venale. Spesso il passaggio della terra dalle mani dei grandi e medi proprietari a quelle dei contadini provocò nelle zone più arretrate una sensibile crisi nella produzione. Ma dopo alcuni anni si vennero a creare strutture più valide di quelle anteriori alla riforma., e si verificò un generale progresso dell'agircoltura. In Germania la colonizzazione ebbe luogo principalmente mediante distribuzione di terre appartenenti al demanio o acquistate su libero mercato; raramente con ricorso all'esproprio. Essa fu particolarmente efficace, anche perchè in molte zone s'innestò sulla tradizione dell'Erbhof (successione ereditaria nella proprietà del podere a favore di un unico erede). In altri paesi europei l'intervento dello stato fu diretto a un'opera di colonizzazione interna posta in essere attraverso l'acquisto sul libero mercato di terre da concedere in proprietà o in godimento a coltivatori diretti mediante un corrispettivo di favore. Nel quadro di tale politica (seguita in Inghilterra, Irlanda, Danimarca, Svizzera, Norvegia, Germania) si prevede talvolta la possibilità di espropriazioni con indennità pari al valore venale dei fondi espropriati (Germania, Irlanda, Norvegia). Tale politica fu seguita, come si è detto, anche in Italia.

In Italia dopo la seconda guerra mondiale - Dopo la caduta del fascismo si ripropose in Italia il problema economico-sociale della riforma fondiaria. Frutto di orientamenti politici maturati durante la guerra nei movimenti clandestini, e dopo il 25 settembre 1943 nei partiti politici, l'art. 44 Cost., arricchendo le linee dell'antica politica legislativa con l'introduzione di un principio di equità che investe al materia della distribuzione della proprietà terriera privata, così enuncia i compiti del legislatore ordinario con riguardo alla proprietà terriera: "Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove e impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostruzione delle unità produttive, aiuta la piccola e la media proprietà. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane". In armonia con i principi ispiratori del citato art 44 Cost., mentre furono lasciate in vita strutture create dal fascismo, come quella della bonifica, trovarono accentuata espressione nella nuova legislazione i principi di attività e di equità. Si tornò, così alla concessione delle terre incolte e inusfficientemente coltivate a cooperative di contadini (d.l. 19 ottobre 1944 modificato con l. 18 aprile 1950, n. 199), secondo lo spirito del vecchio decreto Visocchi, e si favorì la formazione della piccola proprietà contadina mediante esenzioni fiscali e facilitazioni per mutui a favore degli acquirenti (d.l. 24 febbraio 1948, n 114; l. 26 maggio 1965, n 590), nonché l'istituzione della Cassa per la formazione della piccola proprietà contadina, che ha appunto il compito di provvedere all'acquisto dei terreni sul mercato libero per venderli a contadini con pagamento rateale, previo compimento di opere di trasformazione e miglioramento. Tali provvedimenti non erano peraltro sufficienti a operare la radicale trasformazione del regime fondiario in Italia prevista dall'art. 44 Cost. Occorreva dunque adottare sistemi coattivi per l'imposizione del limite di estensione della proprietà terriera privata previsto da detta norma. A tale scopo fu presentato, nel 1950, al parlamento, un disegno di legge per la riforma fondiaria generale. Tale disegno di legge divideva il territorio della Repubblica in tre zone, nelle quali la riforma avrebbe dovuto essere effettuata, tenendosi conto delle diverse condizioni economico-sociali esistenti in ciascuna zona, non con l'imposizione di un limite permanete di estensione, ma con l'espropriazione di una quota parte dei terreni di ciascun proprietario direttamene proporzionale al reddito dominicale medio. Il disegno di legge per la riforma generale non pervenne all'approvazione; fu invece attuato un ampio stralcio della riforma fondiaria prima con la cosiddetta legge Sila (legge 12 maggio 1950, n.230), successivamente con la cosiddetta legge stralcio (legge 21 0tt0bre 1950, n 841) e con la legge Reg.Sic. 27 dicembre 1950, n.104, che avevano lo scopo di anticipare la vera e propria riforma fondiaria in alcune zone della penisola ove ancora esisteva in rilevante misura il fenomeno di un monopolio terriero ti tipo latifondistico (Maremma tosco-laziale, Puglie, Lucania, Sila, Sicilia, Sardegna e parte della Campania), oppure si riscontravano situazioni sociali di particolare disagio (Delta padano) e di estrema frammentazione del sistema di conduzione di terreni appartenenti a un unico proprietario (Fucino). La legge di delega fu impugnata per illegittimità costituzionale, ma la Corte costituzionale, con sentenza 25 maggio 1957, n. 60 la ritenne legittima e respinse anche la censura di illegittimità costituzionale della delega al governo al delimitare i territori suscettibili di trasformazione agraria. A presiedere l'opera di espropriazione, trasformazione fondiaria e assegnazione sono stati chiamati gli enti di colonizzazione (persone giuridiche di diritto pubblico sotto la vigilanza del ministero per l'Agricoltura e la e Foreste).

Le caratteristiche fondamentali delle leggi Sila e stralcio sono le seguenti: a) computo del terreno espropriabile: è stato computato il terreno appartenente in piena proprietà o in enfiteusi a privati alla data del 15 novembre 1949 sull'intero territorio nazionale ed è stato assoggettato ad espropriazione, ove superi le 30.000 lire di reddito dominicale, per la parte ricadente nelle zone stralcio in base a una percentuale calcolata con una tabella cosiddetta di scorporo con andamento progressivo direttamente proporzionale al reddito dominicale medio per ettaro (rapporto fra il reddito dominicale totale e l'estensione), esclusi però dal computo del reddito dominicale medio i boschi e gl'incolti produttivi (per il territorio Sila l'espropriazione colpisce invece la proprietà per la parte eccedente i 300 ettari di superfici coltivabili); b) esproprio e indennizzo: l'espropriazione è avvenuta mediante decreti del presidente della Repubblica, aventi natura giuridica di leggi delegate, e l'indennizzo è corrisposto in titoli di stato redimibili in 25 anni all'interesse del 5%, corrispondenti ai valori definitivamente accertati ai fini dell'imposta straordinaria progressiva sul patrimoni sui terreni espropriati; c) esoneri; limitatamente all'applicazione della legge stralcio sono state esonerate dall'esproprio le aziende agrarie e zootecniche modello, organiche ed efficienti, rispondenti a determinati requisiti fissati dalla legge. Inoltre, i proprietari i quali hanno inteso collaborare all'opera di trasformazione promossa dagli enti di riforma hanno potuto conservare col vincolo d'indisponibilità la proprietà di un terzo dei terreni soggetti all'espropri (cosiddetto terzo residuo), con l'obbligo di compiere su questi terreni nel termine di due anni e su tutti i terreni residui nel temine di quattro anni le opere di trasformazione e di miglioramento fondiario previste dall'ente di colonizzazione. Eseguite le opere sul terzo residuo nel termine di due anni, gli espropriandi hanno ricevuto l'autorizzazione a togliere il vincolo d'indisponibilità e a conservare libera da pesi la metà del terzo residuo stesso, aumentata dal 15% per ogni figlio oltre il terzo. La rimanente quota del terzo residuo è passata in proprietà dell'ente di colonizzazione; d) bonifica, trasformazione ed assegnazione: gli enti di riforma hanno dovuto, nel termine di tre anni dall'esproprio e previo compimento delle più urgenti opere di bonifica e di trasformazione fondiaria, assegnare le terre non ritenute utili per il servizi generali della colonizzazione a coltivatori manuali della terra. L'assegnazione avviene mediante contratto di vendita con patto di riservato dominio e pagamento rateale del prezzo in trenta annualità. Durante il rapporto di assegnazione gli assegnatari, superato un periodo triennale di prova, seguono nelle coltivazioni le direttive tecniche dell'ente di colonizzazione e , per i primi 20 anni dall'assegnazione, hanno l'obbligo di far parte delle cooperative e dei consorzi promossi dall'ente stesso per il servizi comuni. Inoltre, durante lo svolgimento del rapporto il terreno assegnato non può essere diviso, alienato, concesso ad altri in coltivazione. Il riscatto anticipato delle annualità del prezzo, originariamente escluso, previsto in via eccezionale dalla l.21 marzo 1953, n. 224, è ora è ora ammesso dalla l. 20 maggio 1967 con particolari agevolazioni e con una conveniente rateizzazione. Il fondo resta peraltro, anche dopo il riscatto, soggetto a vincoli d'indivisibilità ai sensi della l. 3 giugno 1940, n.1078, e per la durata di trent'anni a decorrere dalla prima assegnazione non può essere venduto se non all'ente o a coltivatori diretti. Sussiste inoltre , gradatamente, un diritto di prelazione a favore dell'ente e dei coltivatori diretti confinanti, e la vendita non può essere effettuata a un prezzo superiore a quello ritenuto congruo dall'Ispettorato provinciale per l'agricoltura. In caso di morte dell'assegnatario l'art. 19 della legge Sila, richiamato dalla legge stralcio, prevede il subentro dei discendenti in linea retta e, in mancanza, del coniuge non legalmente separato per sua colpa, purchè in possesso dei requisiti richiesti per l'assegnazione. L'art. 7 della l. 29 maggio 1967, che ha modificato il regime successorio previsto dall'art. 19 della legge Sila, dispone che, in caso di morte del testatore con pluralità di discendenti muniti dei requisiti per il subentro, "l'assegnazione è fatta all'avente diritto designato dal testatore e, in mancanza, dai coeredi", e che in caso di disaccordo tra coeredi "decide l'autorità giudiziaria su istanze degli interessati e dell'ente, con riguardo alle condizioni e attitudini personali". Sono anche regolati i rapporti tra erede subentrante ed eredi esclusi e quelli tra eredi non aventi diritto al subentro ed ente di riforma. La nuova disciplina riecheggia il sistema della successione a favore dell'unico erede quale si ha nell'istituto germanico dell'Anerbe e nel maso chiuso della provincia di Bolzano.

Dalla riforma fondiaria allo sviluppo - Effettuati gli espropri, create le nuove aziende contadine, collaudato il sistema di assistenza degli enti e superate le prime difficoltà nella gestione delle cooperativa (alla quale nella maggior parte delle zone di riforma gli assegnatari non erano preparati), si sono chiaramente manifestate le necessità di non isolare l'attività degli enti in materia di riforma fondiaria dal contesto economico-sociale in cui tale attività si svolge, e l'opportunità di valersi delle complesse e costose organizzazioni di uomini e mezzi create per la riforma fondiaria e ormai esuberanti per i limitati compiti relativi all'esaurimento delle attività originarie. In considerazione anche di tali esigenze l'art. 32 della l. 2 giugno 1961, n.454 (Piano Verde) ha delegato il governo a integrare e modificare le norme vigenti in materia di enti di colonizzazione e riforma fondiaria al fine di "consentire agli enti suddetti, fermi restando i compiti istituzionali previsti dalla leggi vigenti, di intervenire, sotto la vigilanza e il controllo del ministero dell'Agricolture e Foreste, determinando le condizioni e le modalità relative, in zone agricole particolarmente depresse da valorizzare, anche fuori dei territori di riforma, nelle quali non siano costituiti consorzi di bonifica integrale e di bonifica montana, ovvero quando l'azione dei consorzi stessi sia limitata all'esecuzione di opere pubblicane e sia inadeguata ai fini della valorizzazione economico-sociale". Con tale norma si è dato l'avvio alla trasformazione degli enti di riforma in enti di sviluppo e alla creazione ex novo di enti di sviluppo. In attuazione della citata delega il d.P.R. 23 giugno 1962, n. 948 ha precisato compiti degli enti di sviluppo. Successivamente la legge 14 luglio 1965, n. 901 ha approvato la delega al governo per l'organizzazione degli enti di sviluppo e le norme relative alla loro attività. L'attuale fase della politica agraria italiana vede dunque il passaggio dalla più limitata azione di riforma fondiaria a quella, più ampia e compiuta, di sviluppo. L'efficienza degli enti e il giusto equilibrio tra le dimensioni dell'apparato e la misura (e tempestività) dei finanziamenti saranno decisivi per il successo o l'insuccesso della politica di sviluppo.
vedi anche: Cassa per il Mezzogiorno